L’ostilità all’Arbitrato? Un pregiudizio superato dalla modernità!

L’ostilità all’Arbitrato risale all’Italia del Ventennio.
Risulta, infatti, che dagli atti della Commissione delle Assemblee Legislative chiamata a rendere un parere sul nuovo codice di procedura civile, il Guardasigilli, Dino Grandi, ebbe a criticare “come deleterio il frequente ricorso alle clausole arbitrali”, in quanto sosteneva “si risolvono in una menomazione e in corrosione non solo dello Stato Sovrano, e particolarmente dello Stato Fascista”.
Il Codice di Procedura Civile del 1940, frutto di una concezione «autoritaria» dello Stato, o meglio Statalista, ha relegato l’Arbitrato nell’ultima parte, tra i procedimenti speciali, mentre nel Codice del 1865, agli albori dell’Unità d’Italia, l’Arbitrato era collocato nei primissimi articoli.
La ripartizione dei poteri nel Legislativo, Esecutivo e Giudiziario ha permesso un’“egemonia” dello Stato anche nella giurisdizione.
“Solo chi fa le Leggi deve applicarle e non può che essere lo Stato”.
Purtroppo, di questa situazione si è pagato pegno e le poche clausole compromissorie, normalmente, vengono inserite in contratti economicamente rilevanti, mentre si tralasciano i contratti di valore molto più basso o di uso quotidiano. Penso, ad esempio alle grandi controversie finanziarie, mentre le questioni condominiali, vendita di merce, somministrazioni ecc. continuano ad essere discussi avanti al Giudice togato.
Tutto ciò è frutto di una funzione politica di orientamento e di indirizzo generale che è mancata in questi anni.
Ora sembra che l’impostazione si sia ribaltata. Infatti l’On.le Orlando, l’attuale Ministro di Giustizia, ascolta attentamente l’avvocatura, tanto d’aver posto, nell’ultima riforma del codice di procedura civile, le basi per un utilizzo maggiore dell’Arbitrato.
Ma come possiamo fare per dirimere una controversia avanti un Arbitro?
Le parti, al momento della sottoscrizione di un contratto, ad esempio un appalto, devono inserire una clausola denominata “compromissoria”. In caso di controversia, le parti si rivolgeranno non più al Tribunale ordinario, ma all’Arbitro Unico o al Tribunale Arbitrale. Sussistendo tale clausola, il giudizio non potrà che essere deciso da Arbitri. Qualora nella clausola compromissoria le parti abbiano poi fatto riferimento ad un Organismo Arbitrale, come ad esempio la nostra Camera Arbitrale Forense istituita presso il Tribunale di Reggio Emilia, l’arbitrato viene definito “amministrato”.
Che cosa significa? Che la procedura arbitrale viene svolta secondo un “Regolamento” adottato dall’Organismo Arbitrale, al quale le parti devono attenersi.
La Camera Arbitrale Forense, organismo reggiano istituito dall’Ordine degli Avvocati di Reggio Emilia, presso il Tribunale, peraltro primo Ente in Emilia Romagna a funzionare come camera arbitrale gestita da avvocati, ha determinate peculiarità che la differenziano dai noti Organismi, spesso molto onerosi.
Alcuni elementi essenziali:
– nomina di un Arbitro Unico e non di un Collegio Arbitrale (tre membri);
– celerità della procedura arbitrale con Regolamento che prevede brevi termini di svolgimento;
– dematerializzazione degli atti di causa, tutti gli atti e i documenti vengono trasmessi via PEC, senza il deposito di fascicoli cartacei in Cancelleria;
– rigore dei requisiti richiesti per l’iscrizione all’Elenco degli Arbitri;
– adozione del Codice Etico, principi valoriali ed etici che impongono all’Arbitro imparzialità, terzietà e trasparenza;
– specifica ed elevata competenza al caso controverso dell’Arbitro;
– obbligo di “disclousure”, dichiarazione dell’Arbitro del conflitto di interessi sussistente con le parti;
– Consiglio Direttivo, Organo di controllo sull’intera procedura e sull’operato dell’arbitro;
– spese amministrative ridotte ed equo compenso determinato in forza di Tabelle dei compensi prefissate;
A questo proposito, non si può non citare il principio costituzionale di cui all’art. 111 che afferma “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla Legge”.
Cosa significa? Che il principio del “giusto processo” è applicabile anche all’Arbitrato sempre che sia rispettoso dei principi del contraddittorio, della difesa e della motivazione.
Tale principio è stato ribadito dalla Corte Costituzionale (sentenza nr. 127 del 14 Luglio 1977) secondo la quale “rispetto ad una o anche a più controversie determinate e determinabili, i soggetti possono esercitare un potere di disposizione che è strettamente collegato al potere di azione, seppure non ne è addirittura un aspetto e uno svolgimento convenendo con una controparte di deferire una o più questioni al giudizio di un Arbitro o di un collegio arbitrale”.
L’Arbitrato, dunque, non è da considerarsi “figlio di un Dio minore”, perchè non è subordinato al processo civile: ha la stessa dignità, fornisce le stesse garanzie di tutela e di applicazione del diritto.
Va invertita la “prospettiva”, in quanto il procedimento arbitrale, con le garanzie che lo assistono, può e deve rappresentare una reale alternativa alla giustizia statale.
Proprio in un periodo di crisi economica e di rapida soluzione delle controversie, l’Arbitrato ha una ragione in più per trovare applicazione alle tante controversie che rimangono pendenti, per anni, avanti ai Giudici togati.
L’avvocatura reggiana ha lanciato una sfida, quella di ridare un senso alla Giustizia, garantendo alla società un valore aggiunto che si manifesti in comportamenti ispirati all’interesse generale, alla tutela dei diritti della persona con procedimenti veloci e di qualità per la tutela della Comunità, a tutto beneficio dei tempi dello “ius dicere” con le conseguenti ricadute positive per lo sviluppo economico del Paese.
La “giustizia alternativa” è, dunque, un’ottima risorsa, non solo per ottenere il Lodo (sentenza) in tempi brevi, ma anche per permettere la deflazione dei contenziosi in carico ai Tribunali.