JOBS ACT – Tutele crescenti nel contratto a tempo indeterminato

D.Lgs nr. 23/2015

Ritengo che pochi di noi avrebbero scommesso che il Governo sarebbe riuscito a portare al traguardo finale la riforma del lavoro che passa sotto la denominazione di Jobs Act, attraverso i decreti delegati. La riforma è partita con il contratto a tutele crescenti, che ha posto al centro il “lavoro subordinato a tempo indeterminato”, mettendo però in soffitta il principio della tutela reale. Infatti in caso di licenziamento illegittimo il rimedio generale non è più la reintegrazione nel posto di lavoro, ma una indennità in denaro commisurata all’anzianità del lavoratore.

Il perno sul quale la riforma fa leva è il riconoscimento che “il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro”.
La Riforma ha lo scopo di rendere appetibile il contratto a tempo indeterminato attraverso vari elementi che vengono proposti in contemporanea e precisamente:

  1. Incentivo economico – sotto forma di sgravio contributivo triennale dalla Legge di stabilità 2015 (Legge 190/2014) di cui è possibile usufruire per le assunzioni o trasformazioni a tempo indeterminato fino al 31/12/2015
  2. Contratto a tutele crescenti – attuato con decreto che ha ridefinito il regime sanzionatorio per i licenziamenti illegittimi, dando un segnale di discontinuità con il passato.
  3. Reintegrazione – sempre esclusa per i licenziamenti per ragioni oggettive, salva la prova della discriminazione e per i licenziamenti disciplinari, solo per i casi in cui il lavoratore sia stato licenziato per fatti non veritieri.
    Assistiamo alla definitiva cancellazione del principio licenziamento illegittimo = ricostituzione del rapporto di lavoro. Quindi il licenziamento illegittimo consegue comunque l’effetto di interrompere il rapporto di lavoro con la sola conseguenza che il lavoratore riceve una somma di denaro a titolo di indennità.
  4. Flessibilità del rapporto di lavoro – modifica delle mansioni, attuata attraverso la rivisitazione dell’art. 2103 del CC. La Riforma amplia, senza necessità di motivazione, lo spazio entro il quale il datore di lavoro può esercitare il mutamento unilaterale di mansioni. Dunque, non più mansioni equivalenti alle ultime svolte, ma riconducibili allo stesso livello di inquadramento contrattuale e alla stessa categoria di appartenenza (Quadro, impiegato, operaio ecc)
  5. Cancellazione del principio di equivalenza – nel contenzioso che eventualmente si instaurerà, il Giudice non potrà più fare alcuna valutazione di equivalenza tra le vecchie mansioni e le nuove, ma dovrà limitarsi a verificare che il mutamento non abbia intaccato il livello e categoria del Lavoratore.
  6. Modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore – il datore di lavoro avrà la facoltà, qualora l’Impresa sia in difficoltà e/o debba ristrutturare un ramo d’azienda o l’intero comparto produttivo, di assegnare unilateralmente il lavoratore a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore, purchè rientranti nella medesima categoria.
  7. Controlli sull’attività lavorativa – il datore di lavoro potrà controllare senza l’accordo sindacale e/o l’autorizzazione amministrativa gli strumenti utilizzati dal dipendente per rendere la prestazione lavorativa, compresi gli strumenti per la registrazione degli accessi e delle presenze. Le informazioni raccolte potranno essere utilizzate ai fini disciplinari, a condizione che sia stata data un’adeguata informativa.
  8. False collaborazioni – dal 25 Giugno 2015 è stato abolito il contratto a progetto. A tutte le collaborazioni che abbiano ad oggetto una prestazione di lavoro esclusivamente personale, continuativa e organizzata dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro, dal 1° Gennaio 2016 si applicherà la disciplina del lavoro subordinato.

Insomma sembra che vi sia una radicale inversione di tendenza volta ad assumere prevalentemente con contratti a tempo indeterminato.