I Maltrattanti – la violenza di genere – il nuovo ruolo dell’avvocato

Gli ultimi quarant’anni anni hanno visto mutare in modo radicale i rapporti tra uomini e donne. La grande trasformazione innescate dalle donne ha cambiato anche le vite di molti uomini. La libertà femminile ovviamente sacrosanta, l’autonomia economica data dal lavoro, a volte addirittura una posizione percepita come economicamente o culturalmente dominante della donna rispetto all’uomo, in una coppia sono tutte situazioni che trovano tuttora molti uomini incapaci di misurarsi su un piano paritario.

Ecco allora che nasce un disagio maschile, la cd “questione maschile”, che spesso genera incomprensioni, rancori, conflitti nelle coppie fino all’atto estremo della “violenza” nel senso più ampio, da quella fisica, a quella psicologica, morale, domestica.

La violenza sulle donne è una questione maschile ed è un fenomeno che ha radici lontane e fino a che non ci poniamo nell’ottica di intervenire sul fenomeno della “cultura maschile” che genera violenza, non possiamo pensare di mutare le cose.

Noi uomini facciamo poi tendenzialmente più fatica a parlare dei nostri sentimenti e così spesso il disagio non “detto”, “ammesso”, genera sofferenza e quando va bene determina una conflittualità della coppia a volte così grave da portare alla rottura, quando va male questo “disorientamento” diventa, si trasforma in sopraffazione o addirittura in violenza fino ad arrivare agli estremi del “femminicidio”.

Penso che il protagonismo delle donne non sia una minaccia e che questo dovrebbe essere chiaro a noi uomini, anzi potrebbe essere ritenuta un’opportunità per uscire dagli “stereotipi” a cui tanti uomini si sentono condannati dall’idea arcaica della “virilità”, della gestione del potere millenario, dove le questioni si risolvono con la forza, disprezzo del pericolo.
Virilità per il singolo uomo vuol dire “potenza sessuale”, ma soprattutto è un “profilo identitario” proiettato nelle relazioni sociali. Virilità è un concetto che riguarda anche i rapporti di potere tra identità maschile e identità femminile.

Affermo in linea di principio questi concetti derivanti dalla mia esperienza professionale in accesi conflitti nelle separazioni e divorzi
Ed è proprio nel conflitto che il ruolo non solo dell’avvocato, ma anche di uomo che, ripensato il maschile in chiave contemporanea, può essere dato da un professionista.

Il rapporto con il cliente si basa sulla fiducia ed è molto delicato intervenire sullo “psicologismo” della persona/cliente che cerca nell’avvocato un alleato per farla pagare alla “fedifraga” infedele.
Occorre che l’avvocato sia e rimanga “terzo” e non venga coinvolto nella lite “ a difesa di…..” e “contro della…..”.
Del resto le regole deontologiche dell’avvocatura sono ben chiare.

Un comportamento professionale dove l’avvocato con competenza segue la linea di diritto che assume un rilievo “etico” destinato a far comprendere al cliente le problematiche connesse alla relazione venuta meno, alle origini dello “scatenamento” del conflitto, tutti aspetti sostanzialmente negativi che devono essere ripensati e che se lasciati esplodere non risolvono nulla, tantomeno avanti al Giudice. Il comportamento del magistrato, infatti, è quello di riportare la coppia sui binari del diritto e del rispetto reciproco, applicando ai casi concreti tutti i provvedimenti più idonei a tutela dei minori, ma anche del coniuge soccombente.

Quindi l’avvocato quando coglie delle “sfumature” di violenza verbale nel colloquio con il cliente riferito alla moglie, occorre che intervenga per far comprendere che tale atteggiamento è il terreno fertile per lo scatenarsi del rancore, dunque della rabbia e quindi della possibile ed improvvisa reazione violenta con conseguenze gravissime. Ecco perché il nostro studio si avvale di uno psicologo, quindi di un professionista, nei casi in cui percepiamo la gravità del comportamento dell’uomo o del padre nei confronti dei figli (rivalsa) cercando di far comprendere al cliente che l’aiuto di uno psicoterapeuta può rendere possibile il superamento del comprensibile momento di grande sofferenza, di incertezza, di spaesamento che la rottura di un rapporto di coppia può portare.

Voglio rammentare l’importante iniziativa, conclusasi recentemente in merito al “percorso partecipato”, avviato dal Comune di Reggio Emilia sul tema “violenza maschile contro le donne”, al quale sono stato presente e ha notato molta partecipazione femminile ed una presenza costante maschile, anche se esigua.
In tutti e quattro gli incontri mi è sembrato emergesse dalla “cittadinanza” una necessità, un bisogno cioè quello di un “luogo” dove accogliere gli uomini, cd “maltrattanti”, che possano iniziare un percorso condiviso e di ascolto.
Peraltro molti uomini “maltrattanti” vivono il conflitto e confessano di sentire nascere un disagio profondo interiore che potrebbe trasformarsi in aggressività, ma che accorgendosene vogliono tentare di capire ed iniziare un percorso per capire e dunque cambiare.

Sono convinto che per aiutare, una certa parte del genere maschile che non ha elaborato il “lutto” di questa perdita di “virilità”, da un punto di vista della supremazia maschile sulle donne nel contesto sociale, occorre che noi avvocati iniziamo ad osservare le casistiche che ci vengono sottoposte, nel contesto culturale che genera la violenza sulle donne e quindi lavorare anche sul lato della prevenzione.
In breve posso sostenere che sussista ancora, in una certa parte del genere maschile “paura”delle donne e della loro libertà, della loro emancipazione che imprigiona i pensieri e forse i sentimenti di molti uomini.
Ritengo sia molto importante la qualità della relazione affettiva uomo/donna e quando questa viene meno, occorre intervenire, non in tutti casi, per cercare di ricondurre sui binari del diritto e del rispetto i coniugi che con un termine che prendo a prestito, “deragliati”.
Il litigio, i maltrattamenti, la violenza non sono componenti esclusivamente privati, ma anche hanno una ricaduta “sociale” in quanto su quella relazione si basano le famiglie e la qualità dell’educazione dei figli. La famiglia dovrebbe essere il “rifugio”, la nostra casa

Oggi, a seguito della riforma del processo civile, finalmente il Legislatore ha riconosciuto l’importante valenza del ruolo dell’Avvocato legittimandolo ad intervenire, almeno in una prima fase, nel conflitto di coppia con la negoziazione assistita.
Questa fase prodromica alle separazioni o ai divorzi, è già utilissima per comprendere il conflitto che è insorto e può essere in atto, le implicazioni e le origini delle motivazioni che hanno “rotto” l’intesa e quindi le reazioni da essa scaturenti, la violenza nei confronti della donna, ma non esclusa nemmeno la violenza sui figli minori, “capri espiatori” volti a punire, anche indirettamente la donna.
Sono fasi delicatissime che se gestite adeguatamente, dall’avvocato ma anche dallo psicologo, possono risolvere questioni remote sorte nel rapporto, sgomitolare rancori ed incomprensioni e, dunque disinnescare la violenza.
L’avvocato con l’aiuto dello psicologo possono affrontare, in modo nuovo e penetrante, la maggioranza delle casistiche dei conflitti di coppia sia a tutela della donna che della stessa relazione sia a tutela dei figli, senza dover necessariamente intraprendere un contenzioso avanti al Giudice.

Avv. Massimo Romolotti